Rendere sicuri i luoghi di lavoro costa poco e rende molto di più

Gazzetta del Sud
Il recente e drammatico evento che ha portato alla morte di ben sette lavoratori in una importante azienda multinazionale, presente anche nel nostro Paese, non può non fare riflettere profondamente sulle vere cause di tale tragedia e sulla manutenzione. Al di là della prima ricostruzione degli eventi, su cui sta indagando la magistratura e dunque è bene non soffermarsi, non vi è dubbio che tale incidente sia rappresentativo di tante e tante situazioni che si verificano non solo nel mondo industriale, ma anche nel mondo delle infrastrutture civili, al di là delle conseguenze non sempre – per fortuna – così drammatiche. Bene fanno, naturalmente, le più alte autorità pubbliche e religiose a richiamare l’attenzione sul dramma degli incidenti sul lavoro.
D’altra parte, nemmeno può sfuggire ai tecnici che la media degli incidenti mortali sul lavoro è stabile da diversi anni – circa 3-4 morti al giorno – anche se molti di questi, per varie ragioni, non finiscono sulle prime pagine dei giornali; e che oltre agli incidenti mortali, si verificano ancor più incidenti con conseguenze permanentemente gravi e che stravolgono letteralmente la vita di interi nuclei familiari.
Supponendo solo momentaneamente di potere tralasciare gli aspetti morali di questo fenomeno, è logico chiedersi quanto esso costi allo Stato, alle imprese, ai lavoratori e, in ultima analisi, ai cittadini. Ebbene, diverse stime attendibili prospettano costi dell’ordine di alcune diecine di miliardi. Gli infortuni sul lavoro, d’altra parte, come tante disfunzioni e inefficienze gestionali che si verificano nella gestione delle opere civili e, in particolare, delle grandi opere, come illustrano oramai inequivocabilmente molti autorevoli esperti, sono in larghissima parte riconducibili a problemi di ordine manutentivo/gestionale. Nel caso, ad esempio, dell’incidente di Torino alla ThyssenKrupp, e di tanti altri che avvengono giornalmente, se si crede che le cause siano riconducibili alla mancata effettuazione di ingenti investimenti, si commetterebbe un grave errore, tanto grave da giustificare implicitamente il proseguire di tale trascuratezza per mancanza di fondi, a causa del non floridissimo periodo per l’economia internazionale. Ma così non è.
La ricarica degli estintori portatili, che pare non essere stata effettuata con la dovuta periodicità nel caso della tragedia di Torino, è un’operazione manutentiva che – ad esempio – costa poche decine di euro. Così molti altri interventi più sistematici, a livello di organizzazione del personale, di informazione e formazione, di pianificazione di interventi di miglioramento graduali in termini di tecnologie, di misure preventive, ecc., non rappresentano in realtà un costo percentualmente significativo, se raffrontato al fatturato annuale dell’azienda e se tali costi vengono programmati nel tempo. La difficoltà maggiore che pare sussistere è ben meno costosa in termini strettamente monetari, ma molto più impegnativa da raggiungere: ci si riferisce, evidentemente, ad un profondo cambiamento di mentalità, allo svilupparsi di quella sensibilità che dovrebbe animare l’azione in primo luogo dell’imprenditore e poi del lavoratore pubblico o privato, e che mai renderebbe possibile lo stabilizzarsi di cattive prassi, peraltro illegali.
Malgrado già molti passi avanti siano stati compiuti, l’incidente citato dimostra che molto è ancora da fare per la diffusione della cultura della corretta gestione dei luoghi di lavoro e il nostro Paese ne ha uno straordinario bisogno per essere maggiormente competitivo anche sul piano sociale e civile rispetto ad altre grandi nazioni industrializzate. E’ auspicabile che il consistente corpo di norme tecniche, oggi anche europee, agevoli il processo di sensibilizzazione. A trarne vantaggio saranno tutti i cittadini di oggi e di domani.

Aurelio Misiti
deputato di Italia dei Valori



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